Quando si avvicina la mezzanotte del 31 dicembre, molte culture si preparano a un momento che segna la fine di un ciclo e l’inizio di un altro. Nel mondo, questa transizione è carica di gesti e rituali. Sono modi per fare il bilancio e cercare un rinnovamento. Il Giappone contemporaneo, invece, presenta un approccio più calmo, quasi meditativo. Il capodanno lì non è solo festa rumorosa ma un insieme di simboli e pratiche che collegano passato e presente. È un vero percorso di purificazione, che coinvolge corpo e mente insieme.
La preparazione spirituale del 31 dicembre in Giappone
Da quelle parti, l’ultimo giorno dell’anno è segnato da un’attività speciale chiamata “osoji”. Più che una semplice pulizia, è un rito familiare che serve a scacciare impurità e negatività accumulate durante tutta l’annata. L’idea? Rendere la casa pronta ad accogliere energie positive e il kami, la divinità che protegge. A completare il quadro ci sono le decorazioni tradizionali agli ingressi: le “shimekazari”, ghirlande di paglia che avvisano spiritualmente dell’accoglienza, e i “kadomatsu”, composti da pino, bambù e susino, simboli di forza e longevità.
Nel pomeriggio capita di vedere le famiglie dirigersi verso templi o santuari, lì dove si compiono riti di purificazione. Due battiti di mani per salutare gli dèi, preghiere a cercare protezione e fortuna. A chi vive in città affollate può sembrare solo un dettaglio tra mille altro, eppure il legame con queste usanze resta vivo, saldo, come un filo che unisce a una religione locale ricca di storia.
Quando arriva la sera, le celebrazioni diventano più solenni. Spesso si indossa il kimono, simbolo di rispetto e formalità. Il momento più importante? Nei templi, con la “Joya no Kane”, la cerimonia che rintocca le campane. Un rito antico, che spinge a una riflessione profonda. Nel silenzio della notte, ecco che emerge il desiderio di rinnovamento interiore.

La cerimonia dei 108 rintocchi: un momento di purificazione profonda
Il gesto più noto del capodanno nipponico sono i 108 rintocchi delle campane, udibili in molti templi buddisti. Ogni suono rappresenta un desiderio terreno che, secondo il buddismo, causa sofferenza e disturba la mente. Parliamo di emozioni come avidità, rabbia, ignoranza e gelosia, un vero circolo vizioso di dolore umano. Il campanile, così, diviene un modo per liberare l’anima da queste impurità e prepararsi ad affrontare il nuovo anno con più pace.
Il rintocco numero centotto segna la mezzanotte esatta, il momento in cui finisce tutto e si apre una nuova fase. Durante il rito, la comunità sta in silenzio, raccolta, lontana dal caos e dai rumori tipici di altre feste, molto più vivaci. Dopo i colpi di campana, un rituale con una corda chiamata Tamakushi completa la cerimonia: con essa, si esprimono preghiere e si sancisce un simbolico distacco dal passato.
Chi partecipa vive un’attesa meditativa, una calma che aiuta a lasciarsi alle spalle il vecchio. È un esempio di come, in Giappone, il capodanno sia un rito spirituale prima ancora che una festa, un tempo dedicato a riflettere e ricominciare con equilibrio.
Un nuovo inizio carico di significati
Al principio dell’anno subentra un altro rito molto sentito: la prima visita al tempio, detta “Hatsumode”. Qui si invocano protezione, fortuna e benessere, per sé e i propri cari. Spesso si acquista un “hamaya”, un amuleto a forma di freccia ideato per scacciare spiriti maligni e influenze negative. Viene posto in casa, di solito nell’angolo nord-est: zona considerata più esposta (e questo non è un dettaglio da poco).
Un gesto tradizionale che si vede in molte famiglie? Suonare una campanella. Serve a richiamare l’attenzione sui desideri lasciati indietro, quasi a fissare un impegno per un futuro migliore. Riti come questi sottolineano come la cultura giapponese, anche oggi, resti profondamente legata alle sue radici millenarie e al bisogno – diciamo – di inserirsi in un contesto spirituale più ampio.
Riguardo gli auguri, la lingua giapponese fa una distinzione netta: prima del capodanno si dice “Yoi otoshi wo omukae kudasai” (ti auguro un buon anno), dopo l’inizio si usa “Shinnen akemashite omedetou gozaimasu!” (felice anno nuovo). Stranamente, mentre in Occidente il capodanno è sinonimo di feste rumorose e fuochi d’artificio, qui prevale un’atmosfera di calma e introspezione. Il senso vero della festa sta nella connessione con tradizioni molto antiche e in un radicamento spirituale. Insomma, il significato profondo di un nuovo inizio si scopre nella quiete e nella pace dentro. Una prospettiva spesso sottovalutata, ma molto amata da chi vuole cominciare l’anno con consapevolezza ed equilibrio.